Le strategie “defined outcome”, anche dette “con buffer”, sono ormai in fase avanzata di adozione. Secondo Morningstar, la categoria supera ora i 78 miliardi di dollari di patrimonio gestito attraverso oltre 420 Etf a livello globale, avendo registrato un tasso di crescita organica medio annualizzato del 39% negli ultimi tre anni.
Cerulli Associates prevede che la categoria possa raggiungere i 334 miliardi di dollari entro il 2030, con un tasso di crescita annuo composto del 35%, più del doppio dell'espansione prevista per il settore degli Etf in generale.
Secondo il sondaggio “2026 Global ETF Investor Survey” di Brown Brothers Harriman (BBH), condotto su 325 investitori professionali a livello globale, il 26% degli investitori intende aumentare le allocazioni in Etf Defined outcome nei prossimi 12 mesi. Negli Stati Uniti, in particolare, gli Etf con
buffer sono stati la scelta preferita dagli investitori (37%) e si sono classificati al primo posto (54%) tra le strategie da utilizzare per gestire la volatilità nei prossimi 12 mesi. L'Europa si trova in una fase iniziale, ma sta accelerando rapidamente, come dimostrano le tendenze relative al patrimonio gestito (Aum) e ai flussi degli Etf Ucits (vedi grafico 1).
Grafico 1: Flussi degli Etf Ucits Defined outcome

Fonte: Global X ETFs su dati Morningstar e Bloomberg Terminal, dal 1 gennaio 2023 al 31 marzo 2026.
Ma perché questo boom? Per gran parte degli ultimi quarant’anni, il portafoglio 60/40 si è basato su un unico presupposto strutturale, ovvero che obbligazioni e azioni si muovessero in direzioni opposte nei momenti cruciali. Tale ipotesi è stata messa a dura prova nel 2022, quando sia l’S&P 500 che i Treasury a lunga durata hanno registrato rendimenti annuali negativi a doppia cifra nello stesso anno solare, per la prima volta dal 1928.
Tale rottura della correlazione non si è completamente corretta negli ultimi anni. Oggi le obbligazioni risultano più interessanti in termini di rendimento, ma la loro capacità di compensare in modo affidabile le perdite azionarie rimane condizionata in un modo che i modelli storici tendono a sottovalutare. Lo si osserva anche in questo momento durante il conflitto in corso in Iran, che sta riportando in primo piano la prospettiva di una stagflazione. Ecco allora spiegato il successo delle strategie con
buffer, particolarmente indicate proprio in contesti in cui gli strumenti tradizionali di costruzione del portafoglio mostrano i loro limiti.
Questo tipo di strategia combina l'esposizione al mercato azionario con un
overlay in opzioni per offrire un livello predefinito di protezione al ribasso, insieme a una partecipazione al rialzo fino a un tetto. La struttura si articola tipicamente in tre componenti:
1) Esposizione azionaria • La strategia replica in modo 1:1 l'andamento di un indice azionario sottostante.
2) Buffer al ribasso • La strategia acquista e vende opzioni
put sullo stesso indice (un
bear put spread), dove l'ampiezza del
buffer di protezione è determinata dalla distanza tra i due
strike.
3) Cap al rialzo • La strategia vende un'opzione a uno
strike calibrato in modo da compensare integralmente il costo dello
spread in opzioni
put, creando una struttura a costo netto zero. Il costo della protezione è interamente finanziato dalla rinuncia al potenziale di rialzo oltre il tetto.
Le strategie Defined outcome vengono tipicamente implementate con
reset trimestrali o annuali. A livello di portafoglio possono essere utilizzate tatticamente, attivandole in presenza di un'elevazione del rischio a breve termine o per ridurre il beta di portafoglio in fasi di
momentum azionario concentrato. Ma possono rappresentare anche un’allocazione strategica, diventando una componente permanente all'interno di un portafoglio multiasset, andando a sostituire una quota definita di esposizione azionaria “non coperta”.
Le strategie Defined outcome (o con
buffer), insomma, sono diventate ormai un potenziale strumento strutturale di portafoglio, particolarmente adatto a contesti caratterizzati da valutazioni azionarie elevate, minore diversificazione tra le asset class e rischi di
drawdown, in una fase in cui le coperture tradizionali sembrano aver perso parte della loro affidabilità.
(Analisi a cura di
Alexander Roll, Investment Strategist di Global X)