28 settembre 2026
Chi ha paura dell’intelligenza artificiale?
Nella view di UBS, data l’elevata concentrazione di titoli legati all’IA negli indici ameicani e asiatici, potrebbe essere opportuno riequilibrare l’esposizione del portafoglio verso settori più tradizionali e altre aree geografiche
Con l’intelligenza artificiale (IA) emerge un paradosso: più crescono i timori, più istituzioni e imprese accelerano gli investimenti.
Da decenni il cinema esplora il rapporto uomo/macchina con scenari che oggi appaiono molto meno fantasiosi. In 2001: Odissea nello spazio (1968), HAL 9000 considera gli uomini un rischio per la missione e tenta di eliminarli. In Terminator (1984), l’intelligenza artificiale scatena una guerra nucleare. In Matrix (1999), le macchine tengono l’umanità prigioniera in una realtà virtuale.
Queste preoccupazioni sono ormai entrate nei consigli di amministrazione e nelle agende dei governi. Sam Altman, il fondatore di OpenAI, sostiene che un’IA superiore all’uomo potrebbe essere un rischio esistenziale. Dario Amodei, il fondatore di Anthropic, avverte della minaccia per l’umanità. Elon Musk, da oltre un decennio, paragona l’IA alle armi nucleari.
Il presidente americano Donald Trump ha invece scelto una linea diversa: la priorità americana è dominare questa tecnologia. Ha quindi sostenuto Stargate, iniziativa infrastrutturale che punta a investire fino a 500 miliardi di dollari in data center e capacità computazionale negli Stati Uniti.
Anche la Cina punta alla leadership mondiale entro il 2030, seguendo però una strada diversa: forte sostegno pubblico agli investimenti e regolamentazione capillare. Pechino ha introdotto norme per algoritmi, deepfake, modelli generativi e contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale, conciliando innovazione e controllo politico.
L’Europa ha invece motivi concreti di preoccupazione, essendo in ritardo su questa tecnologia. L’Unione Europea ha definito per prima un quadro regolamentare con l’AI Act, ma manca di infrastrutture, capitale di rischio e campioni tecnologici. Secondo il rapporto Draghi, l’Europa importa oltre l’80% delle tecnologie digitali usate e conta appena quattro società fra le cinquanta maggiori aziende tecnologiche mondiali.
Secondo le stime, Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta prevedono investimenti complessivi nell’ordine di 720 miliardi di dollari nel 2026, contro 410 miliardi nel 2025, destinati in larga parte a data center, chip, server, reti ed energia per questa tecnologia.
Il principale rischio finanziario riguarda la capacità di monetizzare questi investimenti. Se la domanda finale deludesse, i data center sarebbero sottoutilizzati, con ritorni inferiori alle attese e valutazioni azionarie al ribasso. In un ecosistema così interconnesso, una frenata dei conglomerati tecnologici colpirebbe subito l’intera filiera dei semiconduttori.
Nvidia supera ormai i 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, quanto il Pil di grandi economie avanzate. Quando una società è il fulcro di una catena di investimenti da centinaia di miliardi, il rischio assume rilevanza sistemica: delusioni sulla crescita dell’intelligenza artificiale potrebbero avere effetti ad ampio raggio.
Il nodo più delicato resta il lavoro. Analisti, programmatori, consulenti, avvocati e impiegati amministrativi potrebbero subire per primi l’automazione. Dario Amodei avverte che una quota significativa dei lavori impiegatizi potrebbe essere sostituita nei prossimi anni. Forse con un’iperbole, Elon Musk sostiene che in futuro nessuno dovrà più lavorare: IA e robot svolgeranno i compiti faticosi, inaugurando un’era di abbondanza.
La storia in parte rassicura: l’economia sa adattarsi alle rivoluzioni tecnologiche. Il progresso ha aumentato la produttività e ridotto il lavoro: nell’Ottocento le giornate duravano 10/14 ore, con ferie quasi inesistenti; nel secondo dopoguerra, la settimana lavorativa si è progressivamente ridotta verso le 40 ore settimanali. Il tempo libero ha favorito settori come il turismo, che oggi vale oltre il 9% del Pil mondiale.
Questa rivoluzione potrebbe però essere più veloce, pervasiva e meno controllabile delle precedenti e determinare una maggiore concentrazione della ricchezza nelle società e nei Paesi che controllano l’intelligenza artificiale.
Implicazioni per gli investitori
Per gli investitori, la conclusione è mantenere l’esposizione all’IA, ma con maggiore diversificazione.
Dopo anni di sovraperformance del settore tecnologico, gli indici americani e asiatici, e quindi molti portafogli, presentano un’elevata concentrazione nei titoli legati all’IA. Potrebbe quindi essere opportuno riequilibrare l’esposizione verso settori più tradizionali e altre aree geografiche.
Il punto non è scegliere se partecipare a questa rivoluzione, ma come farlo senza pagare il prezzo dell’euforia.
(Analisi a cura di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer, UBS WM Italy, UBS Europe SE, Succursale Italia)